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giovedì
24lug

Ai miei cari compagni - Luciano Bianciardi - Stampa Alternativa

Un libro “garibaldino” in tutti i sensi, sia perché è un diario in camicia rossa, sia perché affronta l’epopea  risorgimentale in maniera, appunto, “garibaldina”, infarcendola di anacronismi che la rendono viva e palpitante, con un eroica ironia che smantella le pompose retoriche che hanno smantellato di tutto il suo impeto vitale.



Già perché il Risorgimento ha avuto un profondo impeto vitale, specie nel suo volto garibaldino, ma i libri storia gliel’hanno prosciugato, facendolo diventare noia e le speculazioni politiche hanno provato a svuotarlo di senso circoscrivendolo ad una spinta di una piccola elite intellettuale, magari massonica ed eteroguidata… ma all’epoca dei fatti nell’Europa e nelle Americhe il sigaro di Garibaldi era più famoso di quanto sia mai stato quello del Che e se solo ci fossero state le T-shirt, rosse magari, all’epoca il faccione dell’eroe dei due mondi avrebbe avuto una diffusione da far impallidire, quelle altrettanto, ma diversamente, rosse dell’eroe argentino.



Simpaticissimo fra i vari artifizii narrativi che l’autore usa è quello di inserire anacronismi, come la televisione ai tempi delle 5 giornate di Milano, che trasformano la storia in cronaca, rendendo quindi al lettore un linguaggio cui è maggiormente abituato, ma che nel fondo non la stravolgono anzi meglio ci fanno capire quali potessero essere i sentimenti di allora! E di sentimenti ce n’erano, di eroi di vent’anni a bizzeffe, magari cattivi poeti, ma meglio l’Inno scritto da un ventenne che sa morire per una rivoluzione combattendo con Garibaldi e Mazzini, che quello di un grande poeta ma di retrovia.



Il percorso verso l’unità d’Italia è stato un percorso dove il sentimento, lo slancio non sono certo mancati è stata un’epopea che poco ha ad invidiare a quelle dei moderni miti. Un’epopea anche ingenua, dove però una disillusa ironia non è mancata e il Bianciardi questo riesce a farcelo rivivere in pieno. La retorica sabauda e parlamentare, resti pure dov’è incancrenita nei libri scolastici e nei discorsi ufficiali, migliore e più inerente al vero è il modo quasi scanzonato di raccontare l’Italia del “Diario” garibaldino di Bianciardi. Meno altisonante ma indubbiamente più vivo e più rivoluzionario. Una rivoluzione da, infilandoci un anacronismo parafrasato dagli anni ’70: “Un ironico sorriso vi seppellirà”.



Ferdinando Menconi


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